La doppia velocità esiste?
Abbiamo visto i prezzi del petrolio aumentare sempre più, seguito dai prezzi della benzina. Ma ora che il barile è sceso, le associazioni dei consumatori denunciano la lentezza del calo dei prezzi alla pompa, e accusano le compagnie di distribuzione di usare una “doppia velocità” volta a garantire degli “extraprofitti”. La stesso scenario si è sviluppato all’interno del mercato della pasta.
Negli anni Novanta il prezzo del petrolio si aggirava intorno ai 20 dollari al barile e toccò la bassissima quota di 9 dollari nel dicembre 1998. Tempi lontani. Da allora il prezzo è cresciuto costantemente fino ad arrivare a 143 dollari il xx luglio del 2008.
Il piccolo consumatore intanto guardava con preoccupazione la crescita continua del prezzo alla pompa. Poi c’è stata un’inversione di rotta, ed il prezzo del barile ha ricominciato a scendere, toccando quota XX il XX.
Durante questa discesa le associazioni dei consumatori (a cui ha fatto eco il ministro Brunetta) ci hanno tormentato, strepitando dell’inaccettabile “doppia velocità” del prezzo al distributore, che sarebbe velocissimo a salire ma lento a scendere. Secondo questa teoria le compagnie di distribuzione sarebbero quindi veloci a trasferire i rincari dal barile al consumatore, ma più lente a riabbassare il prezzo negli ultimi mesi. Questo ha motivato qualcuno ha chiedere un intervento dello Stato perché i prezzi vengano amministrati, e le compagnie di distribuzione punite per aver tentato di approfittare della situazione per fare extra profitti. Ma sarà vero?
Il ruolo delle valute
Ci sono alcuni fattori che contribuiscono a calibrare le variazioni del prezzo del barile. Il primo da ricordare è il ruolo giocato dalle valute: il prezzo del barile è in dollari, mentre il nostro prezzo della benzina è in euro. Questo significa che, nel valutare la velocità di movimento dei prezzi, dobbiamo tenere conto del cambio eurodollaro, e di come questo varia nel tempo. Così ci accorgiamo che, mentre il prezzo del barile era in ascesa l’euro si rafforzava, il che ci ha avvantaggiato rispetto ai paesi con valute deboli; ora, al contrario, mentre il prezzo del barile cala si sta rafforzando il dollaro, e questo rende la benzina relativamente più cara.
Ma la doppia velocità esiste
Ci sono comunque gli estremi per ritenere che la distribuzione italiana abbia rallentato la discesa dei prezzi, sebbene quanto fin qui spiegato ci permetta di ridimensionare il fenomeno. Questo è visibile chiaramente dal confronto grafico dei dati proposti da Carlo Stagnaro**, che ripropongo in questo articolo.
Per cominciare confrontiamo l’andamento del prezzo industriale della benzina con quello del petrolio. La prima cosa che si osserva è che, nell’arco di tempo considerato, a fronte di un aumento del barile da 60 dollari a 140 dollari, il prezzo industriale di un litro di benzina è passato da 0,5 a 0,7 euro. Il motivo di questa forte disparità tra l’aumento del petrolio e quello della benzina è già stato in parte spiegato. Quello che ora dobbiamo scoprire è se la velocità di aumento e diminuzione della benzina varia nei due diversi momenti di aumento e diminuzione del barile di petrolio.
Per farlo possiamo studiare quello che accade al margine lordo che il distributore fa sul prezzo industriale della benzina. Il margine lordo è quanto la distribuzione ricava dalla vendita di un litro di benzina, e quindi è il diretto imputato dell’accusa di “doppia velocità”. Negli ultimi due anni questo valore si è posizionato in media intorno ai 14 centesimi al litro.
Se fosse vero che esistono due velocità, ci aspetteremmo che il margine aumenti quando il prezzo del petrolio diminuisce.
Proviamo a vedere se esiste una relazione tra la fase discendente del prezzo della benzina e l’aumento del margine lordo. Dal grafico proposto qui sotto si può notare chiaramente che questo avviene. Infatti ogni volta che il margine sulla benzina (la linea verde del grafico) supera i 14 centesimi (la linea orizzontale), il prezzo del petrolio sta calando (linea viola). Ma osservando meglio, scopriamo qualcosa di inaspettato: ad aumenti del prezzo del petrolio, corrispondono margini più bassi sulla benzina.
Conclusioni
Quindi troviamo una corrispondenza tra aumenti del petrolio e diminuzione del margine, ma anche tra aumenti del margine e diminuzione del petrolio. Il motivo è presto spiegato: dal momento che i consumatori sono molto sensibili agli aumenti – cioè sono veloci a diminuire i consumi a fronte di aumenti del prezzo - le compagnie di distribuzione cercano di limitare gli effetti del rincaro del barile abbassando il proprio margine, e sacrificando un po’ del proprio guadagno se non addirittura andando in perdita. Ma è anche vero che i consumatori, viceversa, sono poco sensibili alle riduzioni del prezzo; cosicché la distribuzione ha la possibilità di aumentare il proprio margine nel momento in cui il barile torna a scendere, compensando in questo modo le perdite avute nel momento di rincaro. E’ importante sottolineare che la motivazione dell’aumento del margine sta nella necessità di riequilibrare le perdite subite a causa degli aumenti. Si tratta di un semplice meccanismo di mercato che torna utile a tutti, perché diminuisce la volatilità del prezzo.
Naturalmente le variabili che influiscono sulla variazione del prezzo della benzina non finiscono qui, ma ho citato quelle che credo essere le principali. A chi ancora pensa che sia iniqua la lentezza con cui le compagnie hanno abbassato i prezzi negli ultimi mesi, vorrei ricordare dell’introduzione della Robin Hood Tax, che toglie ai ricchi petrolieri per restituire ai poveri cittadini. Fortemente voluta dal ministro Tremonti, questa tassa è consistita in un aumento dell’IRES per le società petrolifere dal 27 al 33 per cento. Purtroppo si tratta semplicemente di un’ulteriore tassa sulla benzina. Nessuno impedisce infatti ai petrolieri di pagare la tassa con un ulteriore aumento del prezzo della benzina, ed è quello che infatti è successo. Questo ha rallentato ulteriormente (e solo in Italia!) la discesa del prezzo alla pompa.
In conclusione, la doppia velocità esiste, ed ha effetti benefici per i consumatori. E’ probabile che la stessa dinamica si sia sviluppata all’interno del rapporto tra il mercato della pasta e il prezzo del grano, con i dovuti distinguo, perché qui ci troviamo in ambito concorrenziale. Si potrebbe generalizzare pensando che per tutti i beni i cui consumatori sono molto sensibili agli aumenti, in periodi di aumenti di materia prima i rivenditori diminuiscano il proprio margine, per aumentarlo quando la materia prima cala. Questo, è il caso di ripeterlo, è un meccanismo che viene utile al consumatore, perché aiuta a stabilizzare i prezzi. Le cooperative italiane che operano nella grande distribuzione stanno minacciando di togliere dagli scaffali le marche che non abbassano il prezzo della pasta, a fronte della diminuzione del prezzo del grano degli ultimi mesi. Sarebbe opportuno evitare comportamenti del genere: in primo luogo perché il consumatore dev’essere lasciato libero di scegliere tra un chilo di De Cecco, sebbene cara, e un chilo di pasta Coop, sebbene più economica. Obbligarlo a comprare la pasta meno cara significherebbe soltanto perdere i clienti che sono disposti a pagare di più per la loro marca preferita.
Aggiungo una considerazione. Sono convinto che l’elevato prezzo del petrolio nel lungo periodo ci tornerà molto utile: nessuna forza politica sarà mai in grado, basandosi unicamente sulle buone intenzioni, di ridurre l’inquinamento. L’unico fattore abbastanza potente da indurci a farlo è il mercato. Se il petrolio costa tanto, si investirà in ricerca, e si troveranno fonti di energia più economiche e meno inquinanti. Speriamo quindi che il prezzo del petrolio non scenda, e che si trovi presto un valido sostituto.
*a prezzi di luglio 2008
** Su Statistiche Petrolifere di settembre-ottobre 2008
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